Rossella Benedetti

“La Svolta” intervista Rossella Benedetti del direttivo di Differenza Donna

Rossella Benedetti, avvocata penalista nel direttivo di Differenza Donna,  è stata intervista da “La Svolta” ed ha raccontato cosa voglia dire aiutare le centinaia di donne che ogni giorno chiamano al 1522.

Qual è lo scopo del 1522?

È uno dei primi strumenti che le Istituzioni hanno previsto come forma di intervento in materia di violenza maschile sulle donne perché, soprattutto, hanno compreso due cose: primo, le donne riescono a uscire dalla violenza quando sono consapevoli dei diritti che hanno, e il 1522 glieli spiega; secondo, hanno bisogno di rivolgersi ai centri antiviolenza perché lì assumono maggiore determinazione e forza, ma per farlo devono prima individuare un sistema di protezione. Attraverso un Centro, insomma, si crea attorno a loro una rete che le tutela, soprattutto quando vanno a presentare una querela, che è il momento in cui cresce maggiormente la violenza dell’uomo maltrattante, perché si rende conto che la donna sta sfuggendo al suo potere.

Per una donna è importante sapere che esiste questa rete fatta di Centri antiviolenza, case rifugio, assistenti sociali informati del suo caso. E il 1522, nel corso del tempo, ha creato una mappatura dei CAV utile a questo scopo. Perché il CAV è il centro della rete che si forma attorno alla donna.

Qual è il suo ruolo all’interno del servizio?

Il 1522 consente a chi chiama, e ha delle richieste più specifiche su norme e possibili evoluzioni del proprio caso, di avere una consulenza legale: in giorni stabiliti, o su appuntamento, affianchiamo le operatrici per fornire anche nell’immediatezza delle informazioni orientative. Non assumiamo nessuna difesa, ma forniamo chiarimenti e informazioni sui propri diritti (nell’ambito civile, penale, del lavoro, dell’immigrazione).

Il 1522 è una sorta di call center specializzato?

Sì, si tratta di un servizio fruibile totalmente in anonimato, in cui le donne possono parlare senza dare il loro nome e noi non diamo informazioni agli esterni in merito a quello che ci raccontano. Possono parlarci in completa libertà. Le 16 operatrici presenti nella sede di Roma sono tutte esperte in violenza di genere, la maggior parte sono o sono state anche operatrici dei centri antiviolenza. Rispondono in 11 lingue diverse sia al telefono sia via chat, uno strumento che abbiamo pensato di introdurre perché sappiamo che tante donne non hanno la possibilità di chiamare liberamente e perché le giovani lo preferiscono.

Poi c’è il servizio aggiuntivo della consulenza legale, come dicevo, che affianca le operatrici, già in parte preparate su questo. E, come quelle di tutti i centri antiviolenza, sono esperte della valutazione del rischio: questo è importante perché sappiamo che la stragrande maggioranza, se non la totalità delle donne che chiamano, spesso non sono consapevoli del rischio che stanno vivendo. Perché vivere nella violenza non ti fa mai arrivare ad avere la percezione di essere a rischio grave: le donne in questa condizione sopravvivono giorno per giorno, quindi stanno nel qui e ora. Le operatrici le aiutano, poi, a immaginare i passi successivi da compiere, dando, quando serve, la più precisa informazione possibile sui centri antiviolenza che sono sul loro territorio.

Come avviene una chiamata tipo?

Prima di tutto, la maggior parte delle donne chiama per avere la conferma che quello che sta vivendo sia una violenza, perché molte volte non riesce a comprenderlo, ad accettarlo. Perché spesso la violenza ti responsabilizza. «Lui dice che è colpa mia se ho fatto questo o quello», «Lui dice che non sono una brava madre», ci raccontano.

La chiamata è molto condensata e purtroppo spesso non si ha il tempo necessario per farsi spiegare molte cose. C’è il momento in cui confermiamo alla donna che sì, si tratta di violenza ed è un reato quanto le sta accadendo e, a quel punto, possiamo dare in modo schematico delle istruzioni su cosa può fare. Se comprendiamo che è una donna che ha preso consapevolezza della sua condizione, le indichiamo il centro antiviolenza più vicino a dove abita.

È accaduto che molte ci chiamassero mentre stava avvenendo una violenza, o era appena avvenuta, ed erano in lacrime o doloranti. In alcuni casi l’operatrice ha accompagnato telefonicamente la donna fino a che non ha raggiunto il pronto soccorso, perché da sola non riusciva: aveva così tanta paura che pensava di non poter neanche uscire e andare a farsi medicare. In altre occasioni, ci sono donne che lamentano il disinteresse delle istituzioni rispetto al loro vissuto, nonostante le querele presentate. Anche in quel caso le indirizziamo verso i centri antiviolenza di zona, che hanno un più o meno grande ufficio legale. I nostri interventi sono molto variegati, ma primo fra tutti c’è quello di accogliere la donna e farle comprendere nel profondo che sta subendo una violenza, e darle gli strumenti utili a salvarsi.

Quante chiamate ricevono al giorno le operatrici?

Nelle giornate che precedono il 25 novembre il numero aumenta, e dopo il ritrovamento del corpo di Giulia Cecchettin le telefonate sono schizzate: se normalmente ne accogliamo 200/250 al giorno, siamo arrivate a 450/500.

Secondo lei perché il femminicidio di Giulia Cecchettin, in particolare, ha fatto crescere così tanto le chiamate al 1522?

Innanzitutto, sono aumentate in particolare le telefonate dei genitori, perché al 1522 chiamano anche terze persone (perlopiù parenti) che ci chiedono come poter aiutare una donna che conoscono. Molti hanno rivisto in Giulia loro figlia, ci raccontano che lei ha lasciato il fidanzato e lui la tormenta con le telefonate, si apposta sotto casa, la segue. C’è un forte sentimento di immedesimazione in questa storia, infatti sono aumentate anche le telefonate delle ragazze più giovani. Penso che la storia di Giulia abbia fatto superare a molti uno stereotipo: si ha sempre l’idea che un caso simile non possa capitare alle persone che conducono una vita “normale”. Lei andava all’università e aveva una vita come quella di tante altre studentesse. Di solito si crede che questi casi siano relegati a contesti di degrado sociale, di povertà, mentre è chiaro che può capitare a tutte.

È mancato qualcosa nella narrazione di questo femminicidio?

Stavolta pare di no, anche per la forte capacità della sorella, Elena Cecchettin, di prendere parola, perché è stato detto tutto quel che noi sappiamo nel 90% dei casi di femminicidio, in cui c’è sempre un pregresso di violenza. Se pensiamo a Sara Di Pietrantonio, quella è la stessa storia di Giulia Cecchettin: alla condanna di lui, erano stati ricostruiti mesi e mesi di atti persecutori, pregressi alla sua uccisione. In questo caso, però, a differenza degli altri, si è partiti raccontando che non è un caso, che non è un raptus. Fin da subito.

E che cosa manca, secondo lei, nell’aiuto alle donne vittime di violenza?

Io penso che il problema sia, da un lato, ancora una grande sottovalutazione da parte delle Istituzioni, dalle forze dell’ordine alla magistratura che indaga. Togliendo i casi estremi di femminicidio, se una donna parla per la prima volta della sua situazione di violenza vissuta, sicuramente non viene creduta ancora fino in fondo. Il nostro ordinamento prevede già tutti gli strumenti necessari per intervenire, quello che manca è la tempestività. Noi stiamo riscontrando che passa sempre tanto tempo tra la presentazione della querela e l’emissione della misura cautelare, e a volte la otteniamo con difficoltà. Si continua a parlare del braccialetto elettronico ma, per assurdo, anche quando viene disposto, passano giorni tra l’applicazione della misura cautelare e l’effettiva applicazione del braccialetto, che il giudice ha disposto perché evidentemente ritiene che quella persona sia incapace di controllare le proprie reazioni ed è necessario tutelare la persona offesa.

Questo significa che l’autore di violenza viene informato che una donna l’ha denunciato, e il limbo in cui le persone offese non hanno, di fatto, questa protezione, può andare dai 5 ai 10 giorni. Una donna seguita dal Centro antiviolenza di Differenza Donna ha avuto la misura cautelare a sua tutela con il braccialetto elettronico, che però non è stato applicato nell’immediatezza della notifica e lei ha dovuto aspettare 6 o 7 giorni. In quel periodo lui è andato sotto il suo luogo di lavoro, aspettandola fuori. Per fortuna un collega l’ha riconosciuto e ha avvisato la donna, che ha chiamato i carabinieri. Ma se non fosse stato per quel collega, che cosa sarebbe successo?

Anche nelle condanne manca la tempestività?

Sì: nonostante il codice preveda delle corsie preferenziali per questi tipi di processi, abbiamo rinvii che in alcuni tribunali arrivano anche a 1 anno o 1 anno e mezzo: significa avere dibattimenti che durano 5 o 6 anni. E se non c’è la certezza della pena, l’imputato non ha neanche la consapevolezza della propria condotta. Tutto questo mentre la maggior parte delle donne ha figli in comune con l’accusato. Più volte la Corte di Cassazione ha dichiarato che abbiamo un ordinamento che potenzialmente è in grado di tutelare le donne ma, di fatto, non lo fa.

Se, invece di investire in programmi di prevenzione delle scuole, di aumentare i finanziamenti ai centri antiviolenza o di aiutare maggiormente le donne a costruirsi un percorso fuori dalla violenza, investiamo in giustizia riparativa, la situazione non migliorerà. Tutte le recenti modifiche in materia, soprattutto tra codice di procedura penale e codice penale, sono state a costo 0.

E questo vale anche per la formazione: se preparassimo le forze dell’ordine e la magistratura, non avremmo né sottovalutazione né mancanza di tempestività. Se tu conosci le dinamiche della violenza maschile sulle donne, allora sai, per esempio, che il momento della querela è quello in cui la donna è maggiormente in pericolo. Abbiamo dei tribunali che non conoscono la materia e ne ignorano le dinamiche. Al bollettino macabro che ci dice che muore una donna ogni 72 ore, bisognerebbe aggiungere anche quello dei tentativi di strangolamento o di accoltellamento, che sono tutti tentati femminicidi. Ma questo non compare mai nella statistica.

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