Sportello policlinico

Al Policlinico Tor Vergata uno spazio per accogliere le donne e accompagnarle in percorsi di vita autonoma

Dallo scorso 1 dicembre è attivo uno sportello antiviolenza presso il Policlinico Tor Vergata, gestito dall’associazione Differenza Donna.

«Il progetto “sportello antiviolenza ospedaliero” nasce dalla sperimentazione dei già esistenti percorsi antiviolenza sanitari ideati da Differenza Donna all’interno degli ospedali Grassi di Ostia, Policlinico Umberto I di Roma, Ospedale San Padre Pio di Bracciano e San Paolo di Civitavecchia, dove in tre anni sono state accolte oltre 700 donne vittime di violenza, adeguatamente intercettate presso le strutture sanitarie di emergenza», dice Elisa Ercoli, presidente Associazione Differenza Donna.

Come funziona lo sportello antiviolenza all’interno degli ospedali?
«Quando arriva una donna o dei bambini che sono stati vittime di violenza, collaboriamo insieme nella fase iniziale per dare accesso ai diritti, alla giustizia, alle opportunità che ci sono in una situazione di questo tipo, diamo loro il numero del centro antiviolenza, pensiamo insieme a dei percorsi anche all’interno dello sportello dell’ospedale. La prima fase è la più importante, nel sostenere la donna perché recuperi il proprio punto di vista: le donne sanno benissimo da sole quello che hanno vissuto, ma pesano su di loro le inibizioni rispetto alla violenza, l’ostilità esterna dovuta alla nostra cultura in cui le donne spesso non vengono credute. La violenza minimizzata e normalizzata necessita che le donne che hanno subìto una violenza abbiano bisogno di un tempo per loro e di un luogo tutto loro: questi sportelli sono appunto questo».

Quali sono i servizi attivi allo Sportello?
«Le donne possono contattarci scrivendo all’indirizzo mail sportello.antiviolenza@ptvonline.it e telefonando al 331.2341213; a questo numero rispondiamo alle esigenze più urgenti, è disponibile un’accoglienza telefonica h24 ed è possibile prendere un appuntamento. Allo sportello le operatrici sono pronte ad accogliere e sostenere, fin dalla fase dell’emergenza, per poi accompagnare durante tutta la fase del percorso di fuoriuscita dalla violenza. Il pronto soccorso è, ovviamente, un ambiente strategico per noi: vi si rivolgono le donne che hanno appena subìto aggressioni, violenze, ma che ancora non hanno deciso di rivolgersi ad un centro antiviolenza. Noi lì possiamo dare tutte le informazioni: fuoriuscire dalla violenza significa poter avere delle opportunità alternative sostenibili, percorribili, per le donne e per i loro bambini».

Perché le donne spesso hanno paura di non essere credute?
«La prima cosa che offriamo è proprio il fatto che crediamo alle donne che si rivolgono al nostro sportello. In Italia e in tanti altri contesti europei e mondiali, il grande problema non è la mancanza di leggi, ma l’accesso ad una giustizia che rappresenti veramente la situazione. Questo ancora non succede per tanti motivi. Primo, le donne spesso non sono credute e quando non sono credute non riescono a rappresentare nel modo giusto la storia che hanno subìto. Secondo, la violenza impone alle donne di assumere il punto di vista di chi agisce la violenza contro di loro, anche come semplice strumento difensivo automatico, che gli esseri umani hanno. Per noi avere un luogo dedicato significa riprendere il proprio punto di vista, rimettersi in contatto con le proprie emozioni e il proprio corpo, rimettere a fuoco la possibilità di riconoscere ciò che fa bene e ciò che fa male per scegliere cosa fare, in difesa di se stesse e dei propri figli».

Come aiutate le donne a ricostruirsi una vita?
«Uno dei primi obiettivi dei centri antiviolenza è di sostenere la donna in qualunque ambito della sua vita, di facilitarla nell’orientamento e di accompagnarla durante un percorso, immaginando che tutte le dinamiche del maltrattamento, dello stupro, delle molestie e di tutte le forme nuove di violenza in rete hanno delle dinamiche molto simili, ma le vite sono individuali. Noi non abbiamo delle risposte preconfezionate, ma un accompagnamento personalizzato che non ha limiti, non è settoriale, vuole lasciare unita la persona in tutta la sua unicità. Poi offriamo sostegno legale, in ambito penale, civile o minorile. Ci occupiamo di tutta la rete antiviolenza, con i servizi sociali, la magistratura e con tutti i servizi che abbiano bisogno di incontrare per risolvere le questioni della loro vita: sia di quelle che non hanno potuto vedere a causa della violenza sia di quelle che sono state scatenate dalla violenza. Offriamo l’accompagnamento rispetto all’autonomia economica, che molte donne non hanno: accompagniamo in un orientamento al lavoro, abbiamo una rete per fare tirocini e per facilitare l’accesso al lavoro. L’autonomia abitativa può essere risolta in diversi modi, cercando di far riconoscere i diritti della donna di rimanere nella propria casa o, se non è possibile, trovando una soluzione. Tutto questo in una garanzia di anonimato e di riservatezza, che è alla base di tutto il nostro lavoro».

Quanto è importante l’indipendenza economica delle donne?
«Il ricatto che viene sempre fatto dagli uomini è di togliere i figli alle donne. La non indipendenza economica è un elemento cruciale e abbiamo sempre più sviluppato una rete, un collegamento con l’esterno, dei luoghi strategici per facilitare l’accesso. Facciamo un grande lavoro di advocacy, che spingiamo a tutti i livelli politici, da quello locale, a quello regionale fino a quello nazionale, in cui insistiamo con il dire che le donne in uscita dalla violenza devono avere una facilitazione di accesso al lavoro e la possibilità di dedicare un tempo per investire su questo: il reddito di libertà nasce anche per questo».

Sin dal 2008 Differenza Donna ha promosso l’intervento Codice Rosa. In cosa consiste?
«Codice Rosa è un percorso di accesso al pronto soccorso riservato a tutte le vittime di violenza, in particolare donne, bambini e persone discriminate. La collaborazione con gli ospedali si è sempre più sviluppata negli anni ed è diventata sempre più integrata: le operatrici conoscono sempre di più l’ambito sanitario così come gli operatori del pronto soccorso (con un turn over molto alto, quindi la formazione di un gran numero di persone). Ogni volta che apriamo uno sportello antiviolenza facciamo una formazione iniziale, poi, nel tempo, le operatrici fanno degli aggiornamenti. Ciò permette di avere uno scambio continuo con gli operatori che poi dovranno collaborare direttamente con noi e di dare il nostro know how rispetto all’accoglienza delle donne in uscita dalla violenza, e permette anche di abbassare quegli stereotipi e pregiudizi che dobbiamo contrastare».

Con l’arrivo del Covid-19 le richieste sono diminuite o aumentate?
«Nella prima parte di lockdown, dal 6 al 13 marzo 2020, abbiamo registrato un crollo totale di chiamate dell’85%, il mese successivo le chiamate hanno ricominciato ad aumentare e abbiamo registrato un picco molto alto nell’arco di due mesi, che ci ha riportato al numero di chiamate pre-Covid. Abbiamo sviluppato molto di più tutti gli altri canali di comunicazione, come la messaggistica. Ci siamo infatti rese conto come la telefonata, che era l’accesso storico, scontato, primario era messo a repentaglio dalla possibilità di maggiore controllo e di totale convivenza. Pensiamo a tutto lo smart working e, quindi, all’impossibilità di avere quel normale spazio libero di fare una telefonata. Adesso le telefonate sono di nuovo molte, anche i pronto soccorso, che quasi due anni fa hanno avuto uno stop totale rispetto alle donne in uscita dalla violenza, sono tornati ad avere i numeri degli accessi che registravano prima della pandemia».

Fonte: www.retisolidali.it/roma-a-tor-vergata-un-nuovo-sportello-antiviolenza/

 

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